Il rischio che il cliente UHNWI non misura nella sua banca
La riunione l’ho vista ripetersi più volte, tra Lugano e Milano, con variazioni così minime che ormai la riconosco prima ancora che arrivi il caffè: una holding di famiglia, di solito alla seconda o terza generazione con due rami che si parlano attraverso il consulente, deve decidere dove collocare la liquidità arrivata dalla cessione di una divisione o da un dividendo straordinario; poiché la banca storica va bene ma è lenta, qualcuno propone una piccola banca zurighese o ginevrina, giovane, con un relationship manager che risponde anche il sabato e un’esecuzione che le grandi non garantiscono più. La verifica allora si fa con scrupolo, ovvero con lo scrupolo che conosciamo tutti (coefficienti patrimoniali, reputazione degli azionisti, qualità del gestore e costi), ma nessuno chiede cosa accadrebbe agli averi di famiglia se quella banca perdesse la licenza senza fallire; non per negligenza, ma perché lo scenario non esiste nella mappa mentale di nessuno dei presenti. Per il cliente una banca o sta in piedi o crolla.
Da febbraio di quest’anno quello scenario ha un nome e un indirizzo nel centro di Zurigo, giacché il 6 febbraio la FINMA ha revocato la licenza a MBaer Merchant Bank dopo aver accertato carenze gravi e sistematiche nel dispositivo antiriciclaggio, carenze che avevano permesso a clienti sanzionati di aggirare il congelamento dei propri averi; la banca ha fatto ricorso, il tribunale ha concesso l’effetto sospensivo e per tre settimane l’attività è proseguita, finché a fine febbraio un provvedimento dell’autorità antiriciclaggio americana ha reso la resistenza insostenibile e il ricorso è stato ritirato. Il merito delle violazioni, che è materia della vigilanza e dei tribunali, qui non mi interessa; mi interessa invece quello che è successo dopo ai clienti, perché riguarda un rischio che nessun questionario di due diligence contiene.
MBaer non era insolvente, anzi disponeva di circa settanta milioni di franchi di fondi propri a fronte di poco meno di cinque miliardi di averi della clientela distribuiti su circa settecento relazioni; la liquidazione ordinata dalla FINMA, dunque, non è un fallimento ma una liquidazione secondo il Codice delle obbligazioni, un percorso per cui in Svizzera non esistono precedenti recenti davvero paragonabili. Eppure, a circa sei mesi dalla revoca, secondo le ricostruzioni della stampa finanziaria zurighese ai clienti era stata restituita una trentina di milioni su cinque miliardi, sicché sulla carta nessuno ha perso un franco, i conti tornano, gli averi ci sono tutti; semplicemente, non si muovono.
La meccanica va guardata anello per anello, perché è lì che si capisce dove sta davvero il rischio: allorché perde la licenza, una banca perde anche l’accesso diretto al SIC, il sistema interbancario dei pagamenti in franchi che funziona per conto della Banca nazionale, dato che quel conto è riservato a chi una licenza ce l’ha; nel caso di MBaer l’uscita formale è arrivata il 20 marzo. Senza accesso diretto servono quindi banche corrispondenti disposte a far transitare i pagamenti di un istituto in liquidazione finito nel mirino delle autorità americane, banche che i liquidatori hanno annunciato di aver trovato soltanto il 22 maggio; nel frattempo ai clienti veniva comunicato che potevano ritirare al massimo centomila franchi a testa, solo in franchi e solo verso un conto intestato a loro stessi presso un’altra banca svizzera. Poi c’è la verifica, che è il vero collo di bottiglia, poiché ogni pagamento passa un doppio controllo KYC, prima dal team di compliance rimasto in banca e poi da quello dei liquidatori, anche su dossier già rivisti a fondo negli anni precedenti sotto l’occhio della FINMA. Nessun anello di questa catena è insolvente e ognuno, da solo, può fermare tutto.
Più clinicamente, il cliente UHNWI misura la propria banca come un bilancio mentre il rischio che ha colpito questi settecento conti riguarda la banca come nodo di una rete, sicché la domanda che si fa è “questa banca può fallire?”, domanda che in Svizzera, dopo marzo 2023, nessuno sottovaluta più. Quella che non si fa è invece un’altra, ovvero: “nel giorno in cui questa banca non potrà più muovere i miei averi, chi deciderà quando e con quali tempi torneranno a muoversi?”. La prima misura la probabilità di perdere il patrimonio, la seconda quella di non poterlo usare; sono dunque due rischi con distribuzioni del tutto diverse, poiché il secondo dipende da soggetti con cui il cliente non ha alcun contratto: la Banca nazionale che condiziona l’accesso al sistema dei pagamenti, le banche corrispondenti che decidono se accollarsi un rischio reputazionale altrui, un’autorità straniera capace di rendere radioattivo un istituto con un avviso pubblicato a Washington, il liquidatore che risponde alla vigilanza e non a chi aspetta.
Ho visto molte famiglie scegliere una banca piccola esattamente per le ragioni che la rendono più esposta a questo secondo rischio, ma non ne ho mai vista una chiedere quante banche corrispondenti avesse e cosa succederebbe se una di queste chiudesse il rapporto; eppure la scala che rende possibile la relazione personale, il gestore che conosce i nomi dei nipoti e la decisione presa in un pomeriggio, è la stessa che riduce le porte d’uscita allorché qualcosa si inceppa, perché una grande banca che perde un corrispondente ne ha altri mentre una piccola, a volte, no. Non è una legge, dato che esistono boutique solidissime con reti di corrispondenza più robuste di molti istituti medi; è piuttosto una correlazione che il cliente dovrebbe verificare invece di presumere, tanto più in un mercato che si sta restringendo: le banche private censite dagli analisti di settore sono passate da 156 nel 2010 a 79 a fine maggio di quest’anno; le stesse analisi, anzi, prevedono che alcune piccole e medie diventino porte d’ingresso per gruppi internazionali. Ogni passaggio di proprietà, allora, può ridisegnare la rete dei corrispondenti o la tolleranza al rischio della compliance senza che il cliente ne riceva notizia.
C’è poi un secondo livello, meno visibile, che riguarda gli incentivi della procedura: una liquidazione ordinata dalla vigilanza è costruita per proteggere la piazza finanziaria da un rischio reputazionale, non per restituire in fretta il tempo ai clienti, sicché il tempo del cliente non è una variabile di cui qualcuno nella catena debba rispondere. Il liquidatore è remunerato a tempo e risponde alla FINMA, tant’è che alla stampa che gli chiedeva conto dei ritardi ha suggerito di rivolgersi all’autorità che lo sorveglia, la quale a sua volta ha respinto con fermezza l’idea che esista un interesse a prolungare la procedura. Prendo per buona la risposta, anche perché non serve malafede per produrre lentezza: basta un’architettura in cui ogni attore minimizza il proprio rischio e nessuno viene misurato sul tempo degli altri. Secondo indiscrezioni mai confermate il mandato sarebbe stato stimato su un orizzonte di circa dieci anni, mentre i clienti hanno in linea di principio un diritto quasi incondizionato alla restituzione immediata dei propri averi; è un diritto, appunto, non un accesso.
Resta una variabile che i dati pubblici non permettono di chiudere, ovvero se i clienti con dossier impeccabili escano dalla procedura più in fretta degli altri, poiché se così fosse il caso si ridurrebbe in buona parte a una banca che ha scelto male la propria clientela. Anche nella versione più benevola, però, qualcosa non torna, perché la verifica viene rifatta su ogni singola relazione e perché, stando alle cronache zurighesi, i più colpiti non sono stati i grandi patrimoni ma le piccole aziende che su quella banca facevano girare la propria tesoreria operativa. Un patrimonio può permettersi di aspettare qualche mese; una tesoreria che paga stipendi e fornitori no.
Ed è qui che la holding della riunione iniziale dovrebbe riaprire la propria mappa, giacché chi distribuisce la liquidità tra più banche per ridurre il rischio di controparte ha fatto soltanto metà del lavoro; l’altra metà consiste nel sapere quale parte del patrimonio deve restare disponibile in qualunque circostanza e da quali soggetti terzi dipende la sua mobilità, un’informazione che raramente coincide con l’elenco delle banche riportato nel reporting consolidato. Chi dunque non ha separato la liquidità che può aspettare da quella che non può farlo, né ha mai chiesto alla propria banca cosa accade nel giorno in cui smette di poter muovere i suoi averi, scoprirà allorché il problema si presenterà che il rischio misurato con cura e quello corso davvero sono due oggetti diversi. Del secondo nessuno gli manderà mai un rating.