Rolando Alberti
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Governance · 9 giugno 2026 · 7 min di lettura

Le quote lasciate indivise e il conflitto che istituzionalizzano

Un imprenditore sulla settantina, due o tre figli di cui uno solo lavora davvero in azienda, un patrimonio che tiene insieme la parte operativa e quella immobiliare e davanti al notaio o al consulente, la decisione che sembra la più ragionevole del mondo: non scegliere. Le quote restano indivise, in comune fra gli eredi, perché così nessuno si sente messo da parte e nessuno ha ragione di litigare e quindi il fondatore esce dallo studio convinto di aver protetto insieme il patrimonio e l’armonia familiare. Ma lui fatto l’opposto e a scoprirlo sarà soltanto chi resta. Questa scena accade piu’ spesso di quello che si pensa perché è la soluzione comoda.

La comunione ereditaria indivisa viene quasi sempre raccontata come una forma di equità, il modo per trattare i figli allo stesso modo senza dover ammettere che uno è più adatto dell’altro a tenere il timone. Sul piano della governance è una cosa diversa e molto meno innocua perchè indiviso non vuol dire condiviso: vuol dire che ogni decisione rilevante richiede il consenso di tutti e che dunque ciascuno dei contitolari dispone di un potere di blocco sull’intero. Non si è distribuito il controllo fra gli eredi ma si è distribuito il veto ed è una differenza che sul momento non si vede, perché finché non c’è nulla da decidere il sistema sembra in pace, ma si manifesta nel primo momento in cui qualcosa va deciso davvero, una vendita, un aumento di capitale, un cambio di amministratore e si scopre che il punto morto non è un incidente ma la struttura stessa che era stata costruita.

Qui sta il fraintendimento di fondo. Il genitore crede di aver rinviato il conflitto, di averlo lasciato in sospeso perché i figli lo risolvano da grandi, con più calma di quanta ne avrebbe avuta lui, tuttavia in realtà non lo ha rinviato, lo ha invece istituzionalizzato, trasformando un disaccordo potenziale, che forse non sarebbe nemmeno esploso, in una regola di funzionamento permanente per cui basta un dissenso a fermare tutto. La pace che si credeva di comprare è una guerra congelata e il congelamento dura esattamente finché dura l’inerzia; appena il patrimonio chiede una scelta, il gelo si rompe e ci si ritrova esattamente dove non si voleva arrivare, con la differenza che ora non c’è più il fondatore a fare da arbitro.

A maggio 2026 l’Agenzia delle Entrate Italiana ha messo, suo malgrado, un prezzo su tutto questo. Con la risposta ad un quesito del ventisei maggio ha esaminato il caso di una quota del trentacinque per cento di una società immobiliare, caduta in successione al coniuge e a due figlie e rimasta in comunione indivisa. Gli eredi chiedevano di sommare quella quota alle partecipazioni che già detenevano singolarmente, così da raggiungere il controllo e tenersi l’esenzione dall’imposta di successione che la legge riserva a chi, ereditando, acquisisce o consolida il controllo dell’impresa di famiglia. L’Agenzia ha detto di no, confermando una linea che la Cassazione aveva già fissato nel 2021: la titolarità in comune non si computa con le quote possedute a titolo individuale, perché è il trasferimento in sé a dover mettere qualcuno in condizione di comandare e una comunione dove nessuno comanda non mette nessuno in quella condizione.

Letta da fuori sembra una questione tecnica, di quelle che interessano il commercialista e nessun altro, ma letta più clinicamente è un raggio X. Il fisco non ha creato la fragilità, l’ha soltanto resa visibile e l’ha fatto applicando alla lettera una logica elementare: l’agevolazione esiste per favorire la continuità dell’impresa nelle mani di chi la guida e dove nessuno la guida non c’è continuità da favorire, c’è solo un blocco patrimoniale a cui non si vede perché lo Stato dovrebbe rinunciare al gettito. La stessa indivisione che doveva tenere unita la famiglia diventa la ragione per cui l’esenzione salta e la scelta evitata si presenta sotto forma di una cartella esattoriale. Non è il caso più grave che possa capitare a quel patrimonio, è solo il primo a presentarsi con un numero attaccato ed in questo è prezioso, perché rende dicibile ciò che fino a quel momento restava un disagio senza forma.

Vale la pena chiedersi perché famiglie spesso lucide e spregiudicate nel business finiscano per inciampare in modo così prevedibile proprio sull’unica decisione che conta. La risposta, a mio avviso, non è la negligenza, ma che scegliere un erede significa dire ad alta voce qualcosa che nessun genitore vuole dire, ovvero che fra i propri figli ce n’è uno più capace e uno meno, uno fatto per quel ruolo e uno no. La parità delle quote è una finzione consolatoria che permette di non pronunciare quella frase e il prezzo di quella finzione è scaricato per intero sulla generazione successiva, che si ritrova proprietaria in parti uguali di una macchina che nessuno ha il diritto di guidare. Da Italiano cresciuto in una cultura dove l’azienda di famiglia è quasi, a sua volta, un membro della famiglia, ho impiegato anni a capire che l’equità apparente fra i figli e la salute dell’impresa tirano quasi sempre in direzioni opposte e che confonderle è il modo più educato di danneggiarle entrambe.

C’è poi un secondo livello che il dato fiscale non tocca ma che ne è il vero sottofondo e cioè che la comunione indivisa non blocca soltanto le decisioni straordinarie ma rende ambiguo anche il potere quotidiano, perché formalmente nessuno è il proprietario di riferimento e nella pratica qualcuno lo diventa comunque, di solito il figlio che siede in azienda o quello che parla più forte. Si crea così una sovranità di fatto senza titolo, che gli altri eredi subiscono finché conviene ma non esitano a contestare appena smette di convenire ed a quel punto il veto che era rimasto dormiente si attiva di colpo. Le banche lo percepiscono prima dei diretti interessati perchè un pacchetto azionario senza un dominus chiaro è un pacchetto che la relazione tratta con cautela, perché non si sa con chi si stia davvero parlando e questa cautela ha conseguenze concrete sul credito, sulle operazioni straordinarie, sulla possibilità stessa di mettere quella quota sul mercato il giorno in cui servisse liquidità.

Chi guarda al passaggio generazionale come a un problema di ottimizzazione fiscale arriva quasi sempre tardi e dalla porta sbagliata, perché tratta come tecnica una questione che è di architettura sistemica. La domanda da cui partire non è “come trasferiamo le quote pagando meno?”, ma “chi decide quando le opinioni divergono e con quale regola?”. Una famiglia che a quella domanda ha risposto per tempo, fissando chi comanda, come si esce, cosa succede in caso di stallo, può permettersi anche scelte fiscalmente imperfette, perché ha la cosa che conta. Una famiglia che a quella domanda non ha risposto si scoprirà esposta non quando il fondatore se ne va, ma alla prima decisione che il patrimonio pretende e che nessuno ha il potere di prendere e il quesito di maggio è solo l’avviso, arrivato in anticipo, che quel conto prima o poi si paga.