Spaccarsi o non spaccarsi questo è il dilemma

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Spaccarsi o non spaccarsi, questo è il dilemma

Chiedo scusa al buon Shakespeare per averlo così brutalmente parafrasato con questo “spaccarsi o non spaccarsi, questo è il dilemma” preso in prestito ed adattato dall’Amleto, ma credo che nessun titolo avrebbe mai potuto spiegare meglio il contenuto del post.

A dire il vero avevo già trattato questo argomento in passato, ma alcuni video che ho visto di recente sul web mi hanno indotto a calcare ulteriormente la mano ed a puntare il dito verso quel popolo di CrossFitter per caso, che fanno della superficialité il loro tratto distintivo.

I gruppi di CrossFitter su Facebook

Partiamo da Facebook che pare sia insieme ad instagram il rifugio peccatorum di buona parte dei CrossFitters con la sola differenza che, mentre su Instagram ci sono per lo più video e foto, su Faccialibro, le persone scrivono cose. Non so se sia peggio vedere dei tentativi di massimale di alzate olimpiche fatte da gente che ha la stessa tecnica e grazia di un rinoceronte affetto da miotonia congenita, oppure leggere di gente felice perché a fine WOD era dolorante come non mai.

A mio avviso il dovere di un coach dovrebbe innanzitutto essere quello di vegliare sui propri atleti con lo scopo di aiutarli a migliorare i punti deboli e non di postare le loro scarse performance sui social. E ciò per due motivi. Il primo è che chiunque vede quegli orrori, potrebbe credere che quello che vede è il modo migliore di fare quella cosa ed emulare quello che vede quando invece dovrebbe fare esattamente il contrario. Il secondo è che se io fossi un coach ed uno dei miei atleti pubblicasse qualcosa in cui si evince chiaramente che come coach non valgo una cippa perchè gli consento un’esecuzione del genere, credo che mi incazzerei abbastanza tanto.

Pii magari nella realtà il coach in questione è uno che ci tiene tantissimo alla forma come complemento dell’eventuale risultato, ma di certo in questo modo quello che traspare è che sia un ciarlatano che non è in grado di spiegare ai propri atleti nemmeno i movimenti piÙ elementari. Tuttavia il problema sono gli atleti e non il coach. In particolare quegli atleti che non si impegnano ed affrontano tutta la loro pratica con una superficialità ed un’allegra inconsapevolezza di ciò che potrebbero e dovrebbero fare per progredire.

Il politically correct a tutti i costi

Capisco che le persone vadano incoraggiate e quindi mi rendo anche conto che è dovere di un coach spingere i propri atleti un po’ al di là dei loro limiti, ma credo che questa cosa del politically correct e dell’inclusività, stia un po’ sfuggendo di mano a tutti. Coach compresi. Diciamocelo chiaramente. Ci sono persone che proprio non ce la fanno e non ce la potranno mai fare e non tanto per limiti fisici, che bene o male si possono in certa misura superare, ma per limiti mentali. E quando dico limiti mentali non mi riferisco a malattie del cervello ma proprio al fatto che alcune persone non riescono ad alzare l’asticella della loro comfort zone e portarsene al di fuori.

E’ triste notare che il fenomeno non  solo nel CrossFit ma in ogni ambito della vita quotidiana. Il problema dell’atteggiamento mentale nell’affrontare uno sport, così come una questione di vita quotidiana più o meno complessa, è ahimè molto diffuso e sottovalutato. A me capita di confrontarmi con atleti adaptive e vi posso assicurare che sono proprio loro l’esempio da seguire perchè nonostante dei limiti fisici e talvolta mentali che ne compromettono la performance atletica, sono motivati, concentrati, attenti ed orientati al risultato che è per loro il solo metro di misurazione delle proprie capacità. E questa cosa mi fa incazzare ancora di più quando vedo persone con un potenziale altissimo, buttare via ore ed ore di allenamenti in modo assolutamente inconcludente, nonostante l’attenzione che i loro coach gli dedicano.

La frustrazione del coach

Tempo fa avevo al Box una signora che nonostante tre anni abbondanti di pratica, ancora non era in grado di leggere il WOD sulla lavagna ed ogni giorno, puntualmente, richiedeva una spiegazione aggiuntiva. Quella stessa signora, nonostante l’impegno dei coach nell’aiutarla a comprendere dove commetteva errori di esecuzione in certi movimenti che le procuravano anche parecchi disagi fisici, non metteva il minimo impegno per capire come migliorare, beandosi nel contempo con il fatto di essere arrivata in fondo al WOD completamente distrutta.

RIuscite ad immaginare la frustrazione di tutto il team di lavoro del Box? Riuscite ad intuire cosa voleva dire ad ogni riunione settimanale, tirare fuori sempre l’argomento “signora svogliata” alla ricerca di una soluzione? E vi dico che come lei, in giro ce ne sono molte di persone, magari meno indolenti ma altrettanto superficiali perchè “tanto l’importante è divertirsi e spaccarsi”. Salvo poi ovviamente lamentarsi perchè “ho dei dolori assurdi”, “non mi rimetto in forma, non funziona sta cosa” e via discorrendo.

Per concludere mi rivolgo ai CrossFitter. Amici, capisco che siete persi bene dal quello che fate e che è figo dire in giro che “faccio CrossFit” ma volete mettervi in testa che, come per ogni altro sport, bisogna avere l’atteggiamento mentale giusto? I che vuol dire avere rispetto del lavoro dei vostri coach e trainer che sono li per insegnarvi a fare meglio le cose che non sapete fare e non a guardare gente che ciondola in giro per il Box convinta che sia importante solo spaccarsi. Davvero, provate a postare meno video che fanno di voi oggetto di scherno ed umiliano i vostri coach ed iniziate a capire perchè fate quello che vi si chiede di fare, a cosa serve e soprattutto ad impegnarvi a farlo al meglio che potete. Oppure state a casa, cosÌ almeno non fate danni.